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Alfredo Siani, Sergio Venanzio Setola, Elisabetta de Lutio di Castelguidone Unità Operativa Complessa di Radiodiagnostica, IRCCS I.N.T. “Fondazione G.Pascale”, Napoli. La malpractice è un termine legale relativo a circostanze differenti che possono provocare un danno ad un paziente. Tra le varie cause di malpractice ricordiamo: la mancata diagnosi, la diagnosi errata, un mancato trattamento, il ritardo diagnostico, l'errore medico, l'errore chirurgico e vari tipi di negligenza. Quello sui cui è necessario focalizzare l’attenzione è il ritardo diagnostico il quale riconosce numerosi fattori determinati quali: le liste d’attesa, il mancato questito diagnostico specialistico, un iter diagnostico non corretto, la mancata diagnosi e/0 una diagnosi errata e la scarsa collaborazione. Le liste di attesa sono una delle principali cause. Esse si creano fondamentalmente per una mancata consultazione clinico-specialistica, per un eccessiva richiesta di esami, spesso negativi, e inoltre perché molte strutture specialistiche non posseggono attrezzature tali per smaltire le numerose richieste. Il mancato quesito diagnostico specialistico, induce il radiologo ad effettuare esami non sempre appropriati invece di stressare le varie metodiche in base al quesito clinico, facendo così perdere al paziente un tempo eccessivo. Per quanto riguarda l'iter diagnostico, questo spesso non è deciso dal radiologo , per cui vengono effettuati esami non diagnostici per il quesito clinico specifico. Altre problematiche sono la mancata e l’errata diagnosi. Tra ve varie cause ricordiamo: l’errore tecnico nell’esecuzione dell’esame ( spesso colpa del radiologo non presente in diagnostica), non visibilità della patologia o a causa dei limiti risolutivi della metodica o per ignoranza e/o negligenza del radiologo nella conoscenza delle metodiche e nel loro corretto impiego. Infine altra questione non meno importante e delicata è la mancata collaborazione esistente tra radiologo e clinico, radiologo e radiologo, radiologo e chirurgo. Inoltre la disinformazione dei medici di base, specie sull’evoluzione e sulla possibilità delle tecnologie in radiodiagnostica può essere un ulteriore causa di ritardo diagnostico. Spesso questo ritardo diagnostico porta a complicanze severe oppure alla morte del paziente. Le informazioni scientifiche relative all'impatto del ritardo diagnostico sugli esiti delle malattie oncologiche sono in generale relativamente scarse e non documentano una chiara relazione tra la lunghezza del ritardo e lo stato di avanzamento della malattia alla diagnosi e sopravvivenza. Concentrando l'attenzione su alcune delle patologie oncologiche principali per il carico assistenziale che rappresentano (tumori della mammella, del polmone, del colon), gli studi disponibili forniscono risultati controversi relativamente a questi aspetti, a fronte di intervalli primi sintomi-diagnosi che variano dai 3 ai 10 mesi circa, a seconda degli studi e delle patologie. Tuttavia, gli studi disponibili indicano anche due ulteriori importanti elementi da considerare: a) gran parte di questo ritardo diagnostico è determinato dal tempo che intercorre tra la prima visita e la diagnosi e b) il "peso" di questo ritardo per i pazienti – in termini di incertezza e ansia – è considerevole. Questa ultima opinione è peraltro condivisa dagli operatori, che identificano nella riduzione del tempo diagnostico uno degli aspetti importanti nel miglioramento dell'assistenza oncologica. Dunque il miglioramento della tempestività della diagnosi è un obiettivo rilevante da perseguire ed è raggiungibile attraverso un potenziamento dei servizi, in particolare migliorando la comunicazione e il coordinamento tra i diversi ambiti assistenziali interessati. Questo è possibile mediante iniziative coordinate che possono essere intraprese a diversi livelli decisionali e di responsabilità programmatoria. Una diagnosi precoce di tumore nella popolazione è ottenibile attraverso l'offerta di partecipazione a campagne di screening. Queste ultime possono essere definite come l'applicazione sistematica di un test al fine di identificare soggetti che sono sufficientemente a rischio per una specifica malattia da meritare ulteriori indagini di approfondimento. E’necessario essere consapevoli che l'offerta di un esame diagnostico a una popolazione porterà inevitabilmente, in una certa proporzione di casi a identificare precocemente la patologia in oggetto, ma in altri a identificare dei falsi positivi e dei falsi negativi. Le implicazioni sono evidenti: per i primi il rischio di essere sottoposti a ulteriori accertamenti o atti terapeutici inutili e inappropriati, con in aggiunta l'ovvio stress psicologico di una diagnosi positiva; nel secondo la mancata identificazione di soggetti che avrebbero potuto beneficiare di un intervento terapeutico, generando inoltre un erroneo senso di rassicurazione. Lo screening (oncologico e no) quindi, come ogni altro tipo di intervento, presenta rischi ed "effetti collaterali" indesiderati che è compito dei servizi non solo minimizzare, ma valutare attentamente in relazione ai benefici concretamente ottenibili. Per questo, prima che esso venga offerto a una popolazione, devono imprescindibilmente sussistere alcune condizioni, la prima delle quali è rappresentata dalla disponibilità di prove scientifiche che ne documentino i benefici. Questa condizione non è oggi presente per la gran parte delle patologie oncologiche. Infatti, l'efficacia di un programma di screening non è solo funzione della disponibilità di test diagnostici sufficientemente accurati per quanto riguarda la loro capacità di discriminare correttamente "malati" e "sani", ma anche del fatto che l'anticipazione diagnostica ottenuta si traduca in un reale aumento della sopravvivenza. Quest'ultimo aspetto è ovviamente legato al fatto che la patologia neoplastica, una volta identificata precocemente, possa usufruire di interventi terapeutici efficaci. Oggi, per il carcinoma della mammella e della cervice uterina esistono sufficienti prove empiriche tali da giustificarne l'implementazione, mentre in altri casi la disponibilità di uno o più test diagnostici non è stata ancora accompagnata dalla dimostrazione di benefici concretamente ottenibili. C'è bisogno di più informazione e più attenzione, sia da parte del paziente, sia da parte del medico di famiglia che da parte dello specialista. E' necessaria maggiore vigilanza,e sopratutto collaborazione da parte di tutti. A tal proposito di grande importanza sono le linee guida nazionali di riferimento della Società Italiana di Radiologia Medica (SIRM) e di medicina Nucleare, validate dal ministero della salute, che ci consentono di individuare gli esami più appropriati da effettuare per ogni tipo di patologia, cercando di ridurre al minimo i casi di malpractice.
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